Cronistoria normativa ed avvenimenti concernenti l'immigrazione nel biennio 1998 - 2000
Man mano che si avvicinano le elezioni il tema dell’immigrazione ritorna ad esser caldo: ogni parte politica lo usa non certo per chiarirlo, bensì per enfatizzarlo nel senso voluto dallo schieramento: efferati delitti sono compiuti, prima ancora che le indagini abbiano cominciato il loro corso, sicuramente da immigrati clandestini; l’accompagnamento coatto alla frontiera di un clandestino espulso è considerato un vulnus alla Costituzione.
Una moschea in più, un chador in classe, una richiesta di macellazione conforme ai principi del Corano suscitano apprensione e troppo spesso sono considerati attentati alla razza o all'ordine pubblico piuttosto che una normale richiesta di chi la pensa in modo (non troppo) diverso dalla maggioranza; anche se tutti sanno perfettamente che una minoranza con l’andar del tempo può divenire maggioranza e che solo nel segno della tolleranza maggioranza e minoranza potranno convivere. In molti preferiscono cercare il pretesto per la polemica, e la polemica aumenta, facendo diminuire le speranza che l’immigrazione cessi di essere una emergenza per assumere, finalmente, i connotati dei normali flussi dei popoli, come tanti ne sono descritti nei libri di scuola.
In definitiva, fino a che la politica non cesserà di sfruttare questo tema, l’immigrazione sarà sempre un’emergenza da affrontare con la stessa logica e gli stessi mezzi con i quali si affronta un terremoto.
Fino a che l’immigrazione sarà un argomento da strillare in prima pagina, non diventerà mai quello che realmente è, un fenomeno con cui convivere e, se possibile, regolare.
Uno dei più gravi errori che la sinistra, per la prima volta maggioranza di governo, ha compiuto in questo delicato settore è quello di rincorrere la destra sul suo terreno senza comprendere che se l’elettore può votare l’originale, non voterà mai la copia.
In questo senso sono i proclami di un maggiore sforzo per una maggiore sicurezza, lo sbandieramento dei dati – non sempre concordanti – sul numero, che DEVE essere sempre crescente, di irregolari espulsi, di promesse di maggior rigore, di promesse che da ora in poi….
Si è quindi ingenerata nell’opinione pubblica la convinzione che nel settore dell’immigrazione la sinistra abbia commesso gravi errori o che non abbia centrato alcun obiettivo.
Invece la sinistra una cosa importante NON ha fatto: non ha pubblicizzato adeguatamente i notevoli risultati ottenuti dapprima con la legge Turco-Napolitano e poi con la sua complessa attuazione.
A tal fine penso che sia opportuno ricordare quello che è successo, fermare su carta gli avvenimenti che via via si sono succeduti dall’approvazione della legge sull’immigrazione ad oggi, per avere un punto fermo, un ricordo sicuro da cui ripartire.
L’anno 2000 segna insieme il pieno dispiegamento delle opportunità offerte dalla nuova normativa sull’immigrazione, ma segna anche una soluzione di continuità nella politica governativa. La frattura – e non è la prima - va temporalmente collocata fra le amministrative di aprile e l’avvento del governo Amato II, quando un dissennato e distorto uso sui media del fenomeno immigrazione nella campagna elettorale contribuì alla sconfitta elettorale del governo D’Alema e fece diventare tabù l’argomento per il seguente il governo Amato.
Il governo Prodi, e per esso in prima persona il Ministro dell’interno Napolitano, si era fortemente impegnato, pressato anche dai partner europei, per la definizione di una politica migratoria consona ad una nazione diventata "terra promessa degli immigrati" e che non voleva più apparire come il ventre molle dell’Unione.
Il risultato fu, nel febbraio 1998, l’approvazione della legge 40 imperniata su tre capisaldi principali:
- la programmazione degli ingressi, perché l’ingresso nel Paese di lavoratori stranieri non può essere lasciato all’arbitrio di chi vuole, ma deve essere sostenibile dal sistema, dalla capacità di assorbimento di manodopera e dalle possibilità di assistenza ed accoglienza disponibili;
- l’integrazione, perché l’immigrato non può essere considerato solo braccia lavoro, bensì persona umana con specifici diritti e doveri, probabilmente un futuro cittadino;
- la repressione, perché chi entra in un paese senza rispettarne le regole non può rimanervi.
L’attuazione degli istituti previsti dalla legge, parecchio complessa, fu affidata ad un tavolo informale sotto la regia del ministro dell’interno e dei suoi più stretti collaboratori: il tavolo, al quale parteciparono non solo rappresentanti di tutti i ministeri, ma, vera novità per le severe stanze ministeriali, rappresentanti di organizzazioni del volontariato, dei sindacati e dell’università, lavorò con buona lena e senza particolarismi di casacca, come una sola squadra affiatata. I risultati si videro subito.
Dalla fine di febbraio a metà ottobre del 1998 il tavolo, e quindi il Governo, produsse:
- la "Relazione sulla presenza straniera in Italia" che, per la prima volta, fornì dati ufficiali sulla popolazione straniera in Italia, proponendo una prima stima quantitativa e qualitativa delle situazioni irregolari
- il decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286 che raccolse in un Testo Unico le norme della legge 40 e le altre norme ancora in vigore concernente la materia in questione;
- il Documento programmatico che delineò le direttrici politiche materia di migrazione alle quali Governo si impegnò ad attenersi per i successivi tre anni;
- il decreto di programmazione dei flussi per l’ultimo scorcio dell’anno 1998, emanato il 16 ottobre, che aggiungeva altri 38.000 ingressi ai 20.000 previsti da quello del 27 dicembre 1997, emanato con decreto interministeriale e con le procedure dell’allora vigente legge Martelli.
La caduta del governo Prodi, nonostante gli encomiabili sforzi intesi alla continuità del ministro Jervolino, segnò una prima frattura nella linea politica del Governo in materia migratoria, che subì un notevole rallentamento.
Diverse furono le cause che provo a ricordare.
Innanzi tutto la nuova normativa sull’immigrazione continuava a rimanere zoppa: il Regolamento di attuazione, infatti, pur predisposto nei centottanta giorni previsti, incappò, incolpevole, in un contrasto Governo-Corte dei Conti che ne ritardò di molto l’entrata in vigore: fu infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale solo il 3 novembre 1999 con intuibili, pesanti ripercussioni su tutto l’impianto normativo che, fino a tale data, non poté attuare gli istituti più innovativi, come ad esempio lo sponsor, demandati al regolamento.
Un altro problema che ostacolò l’azione del Governo fu provocato dall’acceso dibattito in Commissione Affari Costituzionali della Camera in sede di parere al decreto flussi del 16 ottobre 1998, uno degli ultimi atti del governo Prodi, sottoscritto ormai in piena crisi.
Un piccolo passo indietro aiuterà a ricostruire meglio ciò che accadde e le conseguenze che ne derivarono.
La legge Napolitano – Turco, benché un provvedimento di emersione delle posizioni irregolari degli extracomunitari presenti sul territorio fosse stato a gran voce richiesto da forze politiche che sostenevano il Governo Prodi, non contiene alcuna previsione di sanatoria o regolarizzazione che dir si voglia.
Nella stessa seduta nella quale approvò definitivamente la legge, il Senato, però, pose al Governo, che lo accettò, un ordine del giorno che lo impegnava a valutare proposte ed iniziative per l’emersione dell’area dell’irregolarità.
Per cui, in coerenza con quanto il Governo si era impegnato, accogliendo l’ordine del giorno, il primo Documento programmatico disponeva che:
"In considerazione delle risultanze sulla presenza degli stranieri in Italia, anche in situazioni di irregolarità, il completamento del contingente relativo al 1998, potrà essere riservato a lavoratori stranieri che possano dimostrare con elementi oggettivi di essere già presenti in Italia prima dell’entrata in vigore della legge 6 marzo 1998, n. 40 e che possano dimostrare di avere un rapporto di lavoro in corso ovvero un formale impegno di assunzione, comprovati entrambi dall’assenso del datore di lavoro. Inoltre, in via eccezionale, per il 1998 e, in parte minore, per il 1999, potrà essere consentito, per un limitato contingente di lavoratori presenti in Italia anche in situazione di irregolarità, l’attivazione del meccanismo delle garanzie prestate da terzi ai sensi dell’art. 21 [ora art. 23 T.U.], con il rilascio di un permesso di soggiorno per un anno ai fini di inserimento nel mercato del lavoro."
L’intendimento del Governo era, quindi, quello di procedere alla regolarizzazione chiesta dal Senato mediante l’assorbimento delle posizioni irregolari in specifiche poste del decreto flussi del 1998 con le condizioni su specificate e, negli anni successivi, – una volta emanato il Regolamento di attuazione - anche mediante l’istituto dello sponsor in specifiche imputazioni di successivi decreti flussi, emanati anche più volte l’anno, secondo le possibilità di assorbimento del mercato del lavoro.
Di conseguenza, il primo decreto di programmazione dei flussi adottato sotto l’egida della nuova normativa decreto flussi, oltre disporre, finalmente, la riapertura delle frontiere ai lavoratori stranieri, gettò le basi per l’emersione di quelle posizioni irregolari, ma ben radicate sul territorio, fortemente voluta dal Parlamento.
Il Decreto conteneva le condizioni per la regolarizzazione di quei cittadini extracomunitari che, possedendo un alloggio, un lavoro o una promessa di lavoro e fornendo la prova in essere presenti in Italia prima della data di entrata in vigore della nuova normativa, potevano – ormai – essere considerati pienamente integrati.
I rappresentanti dell’opposizione ritennero, invece, illegittimo disporre una sanatoria con un atto amministrativo (fonte secondaria) quale il decreto flussi, visto che, come già osservato, il Testo Unico (fonte primaria) in alcun modo prevede la possibilità di non espellere gli irregolari o una benché minima sanatoria. Il dibattito sulla gerarchia delle fonti assunse toni molto accesi con richiesta di remissione del provvedimento al Comitato per la legislazione e di intervento del presidente Violante; per consentire un dibattito ulteriore fu anche chiesta una proroga del termine di 30 giorni per l’espressione del parere; ma la crisi di governo del 10 ottobre comportò ulteriori ritardi e il 16 ottobre, Romano Prodi firmò il decreto flussi.
In seguito alle proteste dell’opposizione, il nuovo Governo decise di dare comunque, anche se a posteriori, valenza legislativa alla regolarizzazione e di esaurire tutte le richieste degli interessati nello stesso anno, scaricando i successivi decreti flussi dalla quota regolarizzazione. Utilizzando lo strumento del correttivo previsto dalla legge 40, fu emanato il decreto legislativo 13 aprile 1999 numero 113, che modificò l’articolo 49 del Testo Unico ponendo in esso, al comma 1 bis, i requisiti necessari per la regolarizzazione e previsti dal decreto flussi del 1998: "Agli stranieri già presenti nel territorio dello Stato anteriormente all’entrata in vigore della legge 6 marzo 1998 numero 40 in possesso dei requisiti stabiliti dal decreto di programmazione dei flussi per il 1998 emanato ai sensi articolo 3, comma 4, in attuazione del documento programmatico di cui articolo 3, comma 1, che abbiano presentato la relativa domanda con le modalità e nei termini previsti dal medesimo decreto, può essere rilasciato il permesso di soggiorno per i motivi ivi indicati. Per gli anni successivi al 98 gli ingressi per motivi di lavoro di cui articolo 3 comma 4, restano disciplinati secondo le modalità ivi previste. In mancanza dei requisiti richiesti per l’ingresso nel territorio dello Stato, si applicano le misure previste dal presente testo unico"; anche se a posteriori, la regolarizzazione e i suoi requisiti erano divenuti norme previste da una fonte primaria.
Un altro accadimento che certo non favorì la piena attuazione degli istituti previsti dal Testo Unico sull’immigrazione fu la guerra nei Balcani che iniziò nel marzo del 1999. A seguito di tale conflitto oltre 30 mila fra kossovari, albanesi, serbi, montenegrini si riversarono sul territorio nazionale, tanto che, per la prima volta, fu necessario attuare le norme sulla protezione temporanea previste dall’art. 20 del Testo Unico. Il 12 maggio 1999 il Presidente del Consiglio dei Ministri firmò il Decreto che accordava un permesso di soggiorno, esteso al lavoro e della durata di un anno, agli sfollati provenienti dalle zone interessate agli eventi bellici.
La regolarizzazione ancora in corso che aveva prodotto oltre 250.000 domande, non tutte ancora vagliate, i continui arrivi di sfollati dalle zone di guerra, la perdurante assenza del Regolamento di attuazione, l’instabilità politica dei vicini balcani, indussero il governo D’Alema a soprassedere, per il 1999, all’emanazione del decreto di programmazione dei flussi migratori.
Alla decisione non fu comunque estraneo il clima politico, piuttosto sensibile sul tema immigrazione e non troppo disposto ad accettare ulteriori ingressi.
L’ipotesi della mancata emanazione del Decreto di programmazione dei flussi migratori è contemplata nel Testo Unico del ’98 con la previsione, all’art.3, della determinazione delle quote "in conformità con gli ultimi decreti pubblicati".
Fu individuata, quindi, in una direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri lo strumento per esplicitare la previsione di cui sopra ed il quattro agosto del 1999 il presidente del Consiglio dei Ministri firmava la Direttiva che confermava, per l’anno 1999 "le quote massime relative a stranieri non comunitari da ammettere sul territorio nazionale stabilite per l’anno 1998 dal decreto interministeriale 24 dicembre 1997 e dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 16 ottobre 1998" per complessive 58.000 unità.
Nel settembre del 1999, il senatore Alberto Maritati, magistrato antimafia, fu nominato sottosegretario all’interno con delega all’immigrazione e, con lui, l’immigrazione tornò ad essere uno dei temi centrali del governo.
L’attività del sottosegretario furono si rivolse innanzitutto alla completa attuazione degli strumenti previsti dal Testo Unico, visto che, finalmente nel novembre ’99, il Regolamento di attuazione aveva visto la luce, alla preparazione della prima Relazione del Ministro dell’interno al Parlamento sui risultati raggiunti attraverso i provvedimenti attuativi del documento programmatico ed alla preparazione del decreto flussi 2000.
Per ottenere la migliore collaborazione possibile, fu rivitalizzato dopo qualche mese di oblio il tavolo di lavoro interministeriale, prevedendone anche un riconoscimento formale che arriverà, però, solo nel marzo del 2000 con un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il tavolo di lavoro, lungi dall’essere uno strumento di pressione sui vari ministeri, assunse le funzioni di foro comune e punto di riferimento ove discutere e risolvere le difficoltà applicative della normativa sull’immigrazione, una sorta di conferenza di servizi permanente; per ovviare alla carenza di memoria storica unitaria sull’azione del Ministero dell'Interno (fino ad allora affidata più ad organi politici che a strutture permanenti), l’onere della segreteria del tavolo di lavoro fu affidato alla Direzione Generale dei Servizi Civili, sede naturale e competente per la gestione di tutto quanto fa capo all’immigrazione nel Ministero dell’interno.
Le riunioni del tavolo di lavoro, convocate con frequenza quasi settimanale servirono a preparare in breve tempo la relazione del Ministro dell’interno al Parlamento sullo stato di attuazione del Testo Unico, documento riassuntivo di quasi due anni di attività governativa; il decreto interministeriale sui visti di ingresso, per la nuova definizione dei motivi di ingresso; la direttiva del Ministro dell’interno sui mezzi di sussistenza che lo straniero deve dimostrare per l’ingresso nel territorio nazionale; il vademecum sull’immigrazione, pubblicazione riassuntiva delle modalità di ingresso in Italia rivolta ad operatori e al pubblico; l’istituzione dei Consigli Territoriali, organi locali di incontro e discussione per risolvere i problemi connessi con l’immigrazione e per far risalire al centro proposte e difficoltà incontrate; il decreto flussi 2000.
La Relazione del Ministro dell’interno fu affidata - nel segno della continuità – ad un gruppo di lavoro guidato dal prof. Carlo Guelfi, che già aveva coordinato i lavori per la "Relazione sulla presenza straniera in Italia", per il Documento programmatico 1998 – 2000 e per la programmazione degli ingressi. La relazione, prezioso compendio della sostanziosa attività, spesso frenetica ed impetuosa, talvolta più timorosa, dei primi due anni di attività governativa, fu, senza clamori, inviato il 24 marzo del 2000 ai presidenti delle Camere e non ebbe alcuna pubblicità successiva.
La redazione del decreto flussi 2000 fu particolarmente delicata in quanto, per la prima volta, il Governo aveva a disposizione tutti gli strumenti previsti dal Testo Unico e non poteva fallire l’obiettivo più volte pubblicizzato di varare un provvedimento che, offrendo una scelta ampia e variegata di possibilità di ingressi regolari, facesse diminuire il numero di clienti degli scafisti.
L’entrata in vigore del Regolamento di attuazione non aveva risolto tutti i problemi: alcuni strumenti, come la prestazione di garanzia prevista dall’art. 23, erano poco più di una scommessa: non c’era alcuna certezza sul risultato.
Ci si accorse, nella predisposizione del Decreto, di alcuni problemi procedurali fino ad allora trascurati o sottovalutati, come ad esempio, per rimanere all’istituto dello sponsor, la materiale configurazione della garanzia, genericamente definita dal Regolamento "fideiussione o polizza assicurativa", ma sconosciuta a istituti bancari od assicurativi, oppure il termine dei sessanta giorni entro i quali presentare le domande, estremamente ristretto per la burocrazia dei certificati e per pubblicizzare adeguatamente una nuovissima modalità di ingresso nel territorio.
Comunque, una serie serrata di riunioni fra rappresentanti dei ministeri coinvolti (lavoro, affari sociali, esteri, industria, università, pubblica istruzione, affari regionali) e con funzionari di ANIA ed ABI per definire un modello di fideiussione accettabile, fu un decreto flussi ben strutturato, agile ed elastico.
Dei 63.000 posti preventivati, 28.000 furono riservati alla chiamata diretta del datore di lavoro per lavori a tempo determinato o indeterminato, 2.000 per lavoratori autonomi, 18.000 a lavoratori provenienti da Paesi che hanno sottoscritto accordi di politiche migratorie, i cosiddetti "paesi privilegiati"; e 15.000 a lavoratori assistiti da sponsor. Nel caso della mancata copertura di tutta la quota da parte di sponsor, la residua parte sarebbe stata coperta da "autogaranti" ai sensi del 4° comma dell’art. 23 del Testo Unico.
Il numero di 63.000 unità fu assunto in via prudenziale, resistendo a spinte di maggiori ingressi con l’intesa che nuove richieste conseguenti ad un esaurimento dei posti disponibili prima della fine dell’anno avrebbero consentito e fatto accettare, ormai come normalità, un secondo decreto flussi.
E che, ormai, l’immigrazione cominciava ad essere accettata come fatto normale, venne dimostrato dal tempo, un’ora circa, impiegato dalle Commissioni parlamentari per esprimere il parere positivo sul decreto. La bozza di decreto fu sottoposta anche alla Conferenza Unificata, nella convinzione che, anche se non necessario, era importante acquisire il parere degli Enti locali, sul cui territorio gli immigrati sarebbero poi approdati. La Conferenza unificata espresse un parere largamente positivo.
Viste le diverse modalità di accesso, contemporaneamente presenti nel decreto flussi, si pensò ad una norma per evitare che l’eventuale eccessiva previsione della capienza di una modalità andasse a detrimento della inferiore previsione di un’altra: un punto della situazione si sarebbe fatto dopo 140 giorni dall’entrata in vigore del Decreto per operare un nuovo dimensionamento delle quote, fermo restando il limite massimo di 63.000 unità.
Il nuovo decreto flussi fu accolto con favore da tutte le parti sociali e, nonostante la ristrettezza dei tempi e la novità dell’istituto, grazie anche al tam tam delle associazioni di volontariato, l’esperimento dello sponsor si rivelò un successo: tutti i 15.000 posti furono coperti nei prescritti 60 giorni e non si fece luogo, quindi, all’ingresso di lavoratori "autogaranti".
Non sarei completo se omettessi di raccontare un’altra pagina della storia recente dell’immigrazione, una delle pagine più dolorose almeno per gli eventi che la generarorono.
Una delle grandi novità del Testo Unico sull’immigrazione, fortemente voluta per innalzare quel misero 10% delle espulsioni effettivamente eseguite risultante dalla mancanza di strumenti coercitivi della legge Martelli.
Sto ovviamente parlando dei Centri di permanenza temporanea ed assistenza, luoghi nei quali gli espulsi vengono trattenuti in attesa di essere materialmente accompagnati alla frontiera.
Bisogna innanzitutto sfatare una diffusa convinzione: il Testo Unico non prevede il trattenimento nei centri e l’espulsione con accompagnamento come normale epilogo dell’espulsione o del respingimento; la previsione riguarda solo alcune ipotesi (espulsione per motivi di ordine pubblico, perché indebitamente rimasto sul territorio italiano, per alta possibilità di fuga) previste dai commi 4 e 5 dell’art 13. I Centri di permanenza, insomma, furono pensati per l’espulso "cattivo" e non per l’espulso che avesse solo violato le norme sull’ingresso.
Pur tuttavia molte ed aspre furono le polemiche, non tanto durante l’esame parlamentare della legge, ma quando iniziarono a funzionare: il mondo dell’associazionismo, del volontariato si scagliarono contro questa privazione della libertà senza commissione di reato, contraria, secondo loro, anche alle garanzie della Carta costituzionale.
Bisogna essere più pragmatici. Purtroppo, con tutto il loro carico di evidenti contraddizioni, i Centri di permanenza servono: senza un periodo di fermo è impossibile trasformare "colui che non è" in una persona con nome, cognome e permesso di rientro in patria.
Non è comunque questa la sede per un dibattito sui centri di permanenza, ma serve per raccontare un’altra pagina dell’attività del Governo di centrosinistra in questi ultimi anni.
E’ ovvio che chi, ormai ha come unica prospettiva quella del rientro in una patria che ha abbandonato per sfuggire alla fame ed alla miseria, magari una terra nella quale il valore della vita umana è ben inferiore a quello datole nella sponda nord del mondo, è disposto a qualsiasi cosa, anche a rimanere nella clandestinità, anche a rinunciare, almeno in parte, alla propria integrità fisica, pur di non tornare da sconfitto lì da dove era venuto.
In una delle ultime notti del 1999, in una città geograficamente più vicina all’Africa che a Roma, alcuni stranieri ristretti in un centro di permanenza trovarono una morte orrenda nel tentativo di sottrarsi ad una pur giusta espulsione.
Questo episodio portò sotto i riflettori non solo la legittimità dell’esistenza dei centri di permanenza, ma anche le loro condizioni e le condizioni nei quali gli ospiti erano trattenuti.
Per acquisire una conoscenza univoca del fenomeno, il sottosegretario Maritati fu incaricato dal ministro Bianco, da poco subentrato all’on. Jervolino, di una ricognizione a tappeto di tutti i centri di permanenza esistenti.
La concezione del trattenimento degli extracomunitari si rivelò un concetto alquanto diverso nelle diverse province: dalla negazione di qualsiasi diritto ad una umana dignità fino ad una confortevole sistemazione con standard di vita superiori a quelli di un carcere.
Il compito di relazionare obiettivamente sull’universo mondo dei centri di permanenza si rivelò parecchio difficile in quanto, spesso, le deficienze erano dovute non certo al "sadismo" dei prefetti, ma alla fretta imposta dalle pressioni ministeriali e di una legge che, per la fretta di entrare in vigore, non aveva previsto alcun periodo transitorio. Oltretutto si ci scontrava con l’ottusità di amministratori locali che reclamavano a gran voce maggiore sicurezza, maggiore rigidità verso i clandestini, un numero sempre crescente di centri di permanenza, purchè costruiti nel comune vicino e non nel proprio.
Comunque tre centri furono chiusi e per diversi altri furono disposte modifiche strutturali per migliorarne l’accoglienza. Le chiusure e le ristrutturazioni disposte unitamente al muro innalzato dai sindaci italiani alla costruzione di nuovi centri portarono a una diminuzione della loro ricettività con conseguente difficoltà per la polizia di reperire i posti necessari ove trattenere gli espellendi: proprio un tentativo di ottimizzare la ricettività dei centri rimanenti nella contingenza della ristrettezza dei posti disponibili scatenò il putiferio da parte dell’opposizione in prossimità della campagna elettorale per le amministrative di primavera del 2000. Disposizioni di polizia, come quella sulla chiusura della regolarizzazione, addebitate al sottosegretario Maritati che – non avendo la delega sulla polizia – le aveva conosciute solo dopo l’emanazione, ma che, probabilmente, per la logica del capro espiatorio, gli costarono la mancata riconferma.
Intanto, per alleggerire la pressione sui centri di permanenza si decise di fissare regole certe, scritte ed uniformi per la loro gestione e per il trattamento degli ospiti una sorta di carta dei diritti dei trattenuti, un impegno che il Ministero dell’interno prendeva di fronte alla collettività.
Un grosso stimolo, molte idee e contributi per la "Carta dei diritti" vennero dal mondo delle associazioni e del volontariato che, in qualche modo, collaborarono anche alla materiale stesura del documento che, purtroppo, ha visto la luce solo nell’estate scorsa.
Ed arriviamo così all’estate del 2000, momento delicato secondo il programma del Governo, quando si dovevano tirare le somme del decreto flussi 2000 per rimescolare le quote o per verificare le condizioni per emanarne un altro. Le avvisaglie si videro in luglio, durante il Convegno sulle migrazioni organizzato per il giubileo: i giornali erano pieni di articoli ad imprenditori del nord est che invocavano nuovi arrivi pena il fallimento delle loro ditte, il nuovo decreto flussi era considerato una necessità anche nei discorsi dei politici, il tavolo di lavoro si riunì al Ministero dell’interno… Poi più nulla.
Avverto l’obbligo di riferire che la struttura del tavolo interministeriale, dopo l’estate 2000, è stata avocata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e la segreteria affidata al Dipartimento di Coordinamento amministrativo. I lavori del Comitato tecnico, coordinato dal Consigliere del Presidente del Consiglio dei Ministri per i problemi dell’immigrazione e composto da funzionari delle diverse amministrazioni, ha proceduto alla redazione della bozza del Documento Programmatico 2001 – 2003 e della bozza del Decreto flussi 2001 che sono stati approvati dal Comitato dei Ministri – composto dai ministri più impegnati nel settore migratorio - il 15 dicembre 2000.
Attualmente i due documenti, dopo il passaggio positivo presso la Conferenza Unificata, sono al vaglio delle Commissioni Parlamentari per l’espressione del previsto parere.